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Se dovessi descrivere le mie recenti fatiche discografiche, tra cui il progetto Love Orchestra, direi che sono l’evoluzione e la crescita costante di una nuova e creativa dimensione musicale. Una dimensione sempre portata dentro di me ma che in passato non riusciva ad evolversi. In natura poi si sa, ogni cosa a suo tempo, ogni frutto la sua stagione e quindi un passo per volta. Noi artisti indipendenti, inoltre, e senz’altro molti concorderanno in questo, dobbiamo anche sovente fare i conti con la parte economica che naturalmente ha il suo peso, e non di poco conto, sulle varie promozioni artistiche. No che l’arte ha un valore più o meno importante se maggiore è l’investimento, però questo facilita le cose. Poi fortunatamente la storia ci insegna che la vera essenza artistica vince, magari in tempi non brevi, tutte le barriere che una società può creare. Pensate poi che per un artista auto prodotto, e di questo sono comunque fiero, vendere anche solo 100 copie è già un gran successo. Senza pensare poi all’impegno che serve: devi essere musicista, produttore, consulente, pubblicitario ed impresario di te stesso. Una vera fatica a pensarci. Insomma come un bravo giocatore dilettante che per fare bene deve dare il 120%. Cosi, adeguandomi a questo, ho cercato di esaminare un po’ tutti i fattori. Ad esempio importante era avere collaboratori di esperienza che potessero dare un loro sostegno psicologico oltre a quello musicale naturalmente. Come un calciatore esperto che fa spogliatoio e giovani entusiasti, rifaccio l’esempio sportivo, motivati e quindi essenziali per creare una solida struttura. Il tutto per formare un’equipe stabile che in primis la pensi nello stesso modo e divulghi gli ennesimi obiettivi. Tra i vari collaboratori vorrei segnalare l’amico Pier Luigi (diventato con piacere fotografo della band), Tony (percussionista ed autore di alcune canzoni da me eseguite), Paolo (titolare dell’Axis Studio che da oltre un decennio sopporta la mia compagnia durante registrazioni, mixaggi sonori e masterizzazioni varie), Leo (bassista che, con intervalli più o meno lunghi, condivide con me l’amore per la musica fin dal lontano 1983), Cinzia (collaboratrice cantante della Love Orchestra) e le due produzioni discografiche parallele in corso con le giovanissime cantanti Alexandra J. e Martina.
Dunque su questa mentalità è stato creato nel 2004 l’album dal titolo “Atto II”. Un lavoro discografico pensato e ripensato davvero tante volte.
Le prime sessioni artistiche le effettuai già nel 1996. Molte ore di prove e, gli addetti al lavoro capiranno la situazione, molteplici le arrabbiature.
Le canzoni già d’allora non suonavano male, ma era praticamente impossibile portare avanti una qualsiasi formazione per più di 6/7 mesi. Già l’esperienza precedente, i Creampuff, mi aveva fatto capire di quanto difficile era tenere unita una band. Col tempo succedeva che modificavano gli interessi individuali e naturalmente le strade si dividevano. Con i Creampuff si alternarono circa venti musicisti nel giro di circa 5 anni. Davvero tanto a pensarci. Certamente ognuno ha lasciato del suo e di seguito maggiore era poi la forza trainante del gruppo. Ma ogni volta si doveva ripartire da capo con le prove.
Proprio in questo il progetto Love Orchestra è differente dagli altri miei passati. Infatti, esso si sviluppa su una e più collaborazioni temporanee e non da elementi fissi e stabili. Sarà poi l’armonia stessa, l’amicizia e l’affiatamento, a consentire la durata delle relazioni artistiche inerenti.
Proseguendo nella narrazione, cominciarono alcuni sporadici tentativi di mescolare nuove sensazioni musicali aggregate ad esperienze già vissute in passato. Oltre tutto c’era anche da scegliere un nome nuovo. Questo non per disprezzare l’esperienza con i Creampuff, che comunque tanto mi aveva insegnato, ma perché era giunto il momento di evolversi. Desideravo lasciare quest’ultimo progetto d’allora nel cassettino dei ricordi assieme ad altre esperienze del passato. Tra alcune vorrei citare i White Shadows (1983), gli Storm (1984-1986), i TNT e i Keylord (tra il 1986 ed il 1988). Quando si vuole cambiare non dobbiamo pensare al passato come non positivo ma inserire il tutto nell’ottica di un’esperienza importante. In fondo, se ci pensiamo, ci facciamo “le ossa” anche commettendo degli errori. Per fare un esempio potrei dire che la stessa cosa succede con il primo grande amore che, anche se ci ha fatto tanto arrabbiare, rimane comunque un’esperienza indelebile nei nostri ricordi. Positiva o negativa che sia. Insomma, un cambiamento che ci porta a creare un nuovo atto nel nostro cammino.
Quindi si alternarono nomi provvisori in grado di dare una nuova dimensione a questo sound romantico e sensitivo che lentamente ma con caparbietà andava a crearsi.
Nel 1995, l’anno precedente della mia riflessione mistico-artistica ed un paio d’anni dopo l’ultimo concerto dei Creampuff, partecipai come musicista e co-produttore ad un progetto musicale denominato Scalo che ebbe come apice la realizzazione di un album in stile rock italiano. Pub, questo il titolo, fu un’esperienza bella e stimolante anche se nel mio intimo già sentivo nascere delle nuove sonorità che oggi definirei “new age sperimentali romantiche”. Parlo di quelle sensazioni che, fino cui non si evidenziano in modo chiaro, ti fanno stare sempre all’erta sotto il profilo psicologico artistico. Mi piace inoltre sottolineare che assieme al progetto Scalo nacquero collaborazioni tuttora in corso le quali hanno accresciuto la professionalità nelle successive produzioni artistiche discografiche.
Nel 1996 il nome con cui mi esibivo era “Artisti Uniti”. Nel 1997 produssi un singolo radiofonico dal titolo “Torna da me”. Nel 2003 l’uscita discografica di un album promozionale, “Noi”, con la denominazione del progetto in “Aura project band”. L’anno successivo, nel 2004, rispolverai per qualche mese la vecchia ma sempre affettuosa denominazione “Creampuff” per fare alcune apparizioni televisive nazionali dove presentavo sia canzoni nuove che vecchie ma interpretate diversamente. Canzoni queste che diedero vita a ciò che intuivo essere un progetto superiore per tecnica e raffinatezza a tutti gli altri del passato. Un percorso che portò alla realizzazione dell’uscita discografica di “Atto II” ed il nome scelto per il progetto fu “Love Orchestra”.
Perché questa denominazione vi chiederete?
Ma semplicemente perchè la parola “orchestra” mi dava quella vicinanza alla musica prodotta. Inoltre da ragazzo avevo ascoltato dischi della ”Electric Light Orchestra” e quella denominazione richiamava in me un sinonimo di raffinatezza non indifferente. Anche se dovendo essere sincero il primissimo nome proposto fu “Love Boat Orchestra”. Fortunatamente in seguito il mio grafico web, Gian Piero, veramente paziente nelle esasperate e continue richieste di modifiche on line, mi disse che “Love Orchestra” suonava bene ed il dominio web oltre tutto era disponibile.
“Atto II” è un album che esprime quindi dieci anni di elaborazioni, arrangiamenti musicali e prove. Anni dove mi sono messo in gioco e ho cercato di esternare il più possibile me stesso.
Le sette canzoni presenti nell’album sono abbastanza diverse tra loro. Diverse ma nello stesso tempo accomunate da una linea romantica e spesso anche malinconica. Per essere più esplicito non un malinconico strappa capelli, ma inserito in una fase di crescita e di dolci ricordi che ti fanno apprezzare al meglio il presente. Insomma una malinconia forse costruttiva e positiva. Che ti fa capire.
L’album, catalogato dalla critica specializzata in un sound molto sperimentale, ebbe una discreta risposta da parte di un pubblico di nicchia. Un pubblico non di gran numero ma attento ascoltatore ed esperto critico musicale. Così come succede anche nel jazz, nella musica classica e nel blues, dove mediamente non ci sono le cinquemila o diecimila persone ad assistere ai concerti, ma dove i presenti sono raffinati intenditori ed esperti del campo. Spesso inoltre sono musicisti intenti a scrutare e a conoscere ciò che esegui.
L’anno successivo, nel 2005, visto che le cose con “Atto II” erano andate dunque benino, trattandosi comunque sempre di un’auto produzione (500 copie prodotte), volli presentare un nuovo lavoro composto da canzoni rimaste nell’archivio e pronte per essere eseguite. Questa nuova esperienza non si trattava di un vero e proprio album, ma semplicemente un presente da regalare a fan più dediti. Praticamente una piccola perla musicale composta da tre canzoni che viaggiano tra la pura new age, passando ai suoni tribali, per finire nella dance più moderna contornata da effetti ricercati ed attuali. L’album, duplicato in sole 30 copie, per renderne maggiore il valore discografico, è dedicato in parte al passato. Un passato che, come accennavo prima, non deve essere visto solo nelle delusioni ed arrabbiature ma di rispetto e coscienza di una crescita artistica costante.
Il nome dato a questo lavoro artistico, anche per rispettarne ancora di più il significato, è “The Creampuff tribute”. Un tributo dedito non solo a quel preciso periodo ma anche alle tante esperienze antecedenti. Esperienze, che se pur a volte brevi, hanno accarezzato spesso con semplicità i miei monumenti artistici e non solo. La scelta di questo nome dato all’album è stata fatta solo perché con i Creampuff ci furono le prime esperienze discografiche di un certo spessore.
Per concludere questa mia piccola biografia vorrei segnalare anche l’uscita di nuovi singoli televisivi: My love is (in collaborazione con i faentini Helta Him nel 2005), Love to be love (2006), Blues of love (2006), Let it pray (2007). Da segnalare inoltre la canzone You set me free (2008) con la quale ho partecipato, purtroppo con esito non positivo, alle selezioni per rappresentare la Repubblica di San Marino all'Eurofestival 2008.
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